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scattato *loading* volte
Quando l’altra sera ho sgozzato quel tizio con il mio rasoio l’ho fatto con una tale delicatezza, con una tale eleganza che tutto era in sincronia. La luna dall'aspetto di un’unghia incarnita si rifletteva sulle mie scarpe lucide di sangue. Quando il sangue ha cominciato a scivolare via dalla gola di quel tizio, quando ho visto il suo collo aprirsi come un fiore, è stato molto meglio del sesso. è stato quasi meglio di una scopata perché il finale era giusto. non sempre le scopate hanno un finale giusto. La città è un posto divertente, è un circo ed una fogna ed io mi annoio superiormente.
È notte fonda quando il pallore del bambino che mi è di fronte eclissa quello della luna. Mi guarda dai suoi occhi incavi e scuri. Le piccole mani stringono un pallone da calcio, lo tende verso di me e sbavando mugugna qualcosa. Sistema per terra la palla e ci poggia il suo piccolo piede con la scarpa correttiva. Comincia a dondolare. Tira un calcio e il pallone scompare nella notte. Il viso del bambino si apre in un ghigno senza denti. Sempre ghignando si infila le mani in tasca, inclina la testa e un ciuffo biondo va a coprirgli un occhio. Tira fuori una mano dalla tasca, la apre, è piena di monetine, mi viene incontro e rovescia i soldi nella mia mano, una pioggia di spiccioli cade per terra. Il bambino si inginocchia carponi per raccoglierli e me li rimette in mano. Io incasso. Mi fissa dalle sue orbite nere e la sua lingua fa un movimento osceno sulle labbra umide. Il bambino ha quasi una crisi epilettica quando mi indica, sollevandosi la maglietta sudicia di muco, la sua pancia resa gonfia da un’alimentazione distratta e veloce. Il bambino vuole solo spegnere la sua fame. E solo io posso spegnere ciò che è spento.
Oggi sono andato a trovare Al nel vicolo. Al non è più un uomo, è difficile dire di essere un uomo quando si vive in un bidone della spazzatura e l’unica coperta che hai è un metro e mezzo di carta da imballaggio e l’imbottitura del tuo cuscino è fatta di assorbenti usati e l’unico pasto che puoi fare nella migliore delle ipotesi è di cibo avariato. Al non paga l’affitto alla padrona del bidone e lei lo picchia tutti i giorni verso le sei con la scopa. “Joe” – mi dice - “non ce la faccio più! Oggi ha cercato di penetrarmi con la scopa, lo capisci?!” “Da che lato?” “Vivo con tredici gatti morti, Joe, e un cane verde che indossa delle ghette. Stanno tutti là fuori nell’atrio e mi fissano, come puoi dormire quando delle bestie ti fissano? Non ce la faccio più Joe, davvero Joe, sono stanco di vivere tutto solo. Mi sono fatto un telefono ma nessuno mi chiama mai. Una volta avevo Lora, ma è dura stare con una che si fa sbattere da ventisette negri per comprarsi una dose. È dura sentire l’odore dei negri sulla pelle della tua donna. Una volta ero una persona, facevo l’impiegato, avevo una casa con il giardino, dei vestiti sempre puliti, una macchina e votavo. Hey Joe, sto seriamente pensando di andarmene. Qui non fa per me.” “Mettiti la cravatta, Al, che ti accompagno”. Al fruga in fondo al suo guardaroba dentro un sacco della spazzatura nero e prende una cravatta a righe bianche e rosse, mi metto dietro di lui e prendo le due estremità con le mani e inizio a far passare la destra sopra la sinistra e poi nello spazio al centro, quando il nodo è fatto stringo, stringo, stringo e stringo.
La sua immobile perfezione mi dava fastidio. Provavo dei conati tutte le volte che la vedevo, il suo sorriso ebete mi irritava e ancor più mi irritava quel suo corpo fasullamente modellato, gli occhi verdi, erano vuoti. Stanco, un giorno la presi, la legai e iniziai a tagliarle i capelli, quei lunghi capelli biondi e lisci. Iniziai a tagliarli con le forbici, le ciocche si adagiavano sul pavimento mentre il cranio si faceva sempre più evidente, piccole punte gialle ora decoravano la sua testa vuota. Ma non era sufficiente, volevo che quel modello di crine sparisse, andai in bagno e presi un rasoio, non c’era bisogno della schiuma, la lama grattava meglio, così insieme agli ultimi peli se andava via anche qualche pezzo di testa. Continuava a fissarmi, ebete, così le cavai via gli occhi con un cacciavite, finalmente erano davvero vuoti. Scesi verso i seni che bruciai con la fiamma del mio accendino, mentre due belle tronchesi mi aiutarono nello sfilarle dal corpo le braccia. Due splendidi moncherini si distendevano in un abbraccio. Per una questione di simmetrie, feci lo stesso con le sue lunghe e lisce gambe da modella. Ora il suo corpo, messo a quattro zampe, assomigliava a quello di un piccolo animale. Proprio come ad una bestia, le incisi le mie iniziali sul ventre piatto. Avrei potuto portarla a spasso per poi abbandonarla, ma quando il mio lavoro fu finito, la rimisi nella scatola della Mattel, la impacchettai con una bella carta lucida ed un fiocco, aprii una pagina a caso dell’elenco telefonico, feci dei numeri fino a che mi accertai dove vivesse una ragazzina. Le spedii il pacco.
Quando il tramonto gira le spalle al mondo e il buio inizia a colare per le strade, i cani lacerati dai crampi per gli stomaci vuoti abbaiano e la silenziosa notte è distrutta. Il loro suono rimbomba nella mia mente ed io, appoggiato sul lampione indossando il mio trench beige e le mie scarpe lucide, attendo l’ennesimo sudicio tossico che vuole fare affari con me. Mi chiederà degli sconti, piangerà, mi dirà che ne ha bisogno. Tenterà, invano, di afferrarmi il braccio con la sua mano dalle unghie lerce, gli spezzerò due dita e gli dirò che sono rimasto a secco, di tornare un’altra volta, “oggi non ho nulla”. Comincerà a sbavare in preda ai morsi di quella scimmia che si porta sulla schiena, si butterà in ginocchio e mi bacerà le scarpe “sei la mia salvezza”. Gli passerò la suola sulla lingua e gliela schiaccerò prima che possa dire un’altra sola parola. Oggi lo caccerò via e domani tornerà a latrare. Sono rimasto indietro un migliaio di miglia rispetto a tutto ciò. Il mondo non va a rotoli, siete vuoi che non riuscite a fermare la testa. Fisso il bordo della strada, sotto la luce del mio lampione, e lo sguardo incomincia a sfocare. Non leggo più la scritta “Stop” sul segnale che mi è di fronte.
è una normale notte metropolitana e i demoni girano intorno alle stelle come pipistrelli in cerca di siero. Sono sulla terrazza di un grattacielo e me ne sto in piedi sull’orlo. Alla mia altezza c’è calma. Un leggero vento di morte mi solleva la cravatta che va sbattere sul petto del mio trench. Frugo nelle tasche per prendere una sigaretta e un cerino muore per donarle calore. Sid si è addormento, è stata una giornata piena di crimini e economiche soddisfazioni. Qualcuno è morto per troppo peccato, qualcun altro per troppa delicatezza. Sono stanco. Punzecchio il mio cane con la punta dello stivale, ma svegliarlo è inutile quanto un film per un cieco. Il fumo che esce dalla mia bocca si mischia all’aria satura di monossido di carbonio, spengo la sigaretta con il tacco dello stivale e la butto giù, cerco di capire se prendo qualcuno in testa ma sono davvero troppo in alto e da quassù tutto mi sembra una brutta allucinazione. Puoi prendere tutte le droghe del mondo ma quello che è brutto resta brutto e domani non è un altro giorno. Vedo una moltitudine di esseri affannarsi sotto di me mentre io aspetto solo che si sbrighino a morire che qui si sta facendo davvero tutto troppo affollato.
Il cadavere mi fissava con la faccia imbalsamata. Era una morta bella. I seni ancora sodi, i capelli lisci, scuri e lunghi ancora morbidi. Avevo percorso 340 chilometri per recuperare questo corpo. Qualcuno forse l’aveva amato ed ora lo rivoleva con sé, per sempre. La necrofilia è una questione di vita e di morte ed io sono pagato bene per soddisfare le voglie dei miei clienti. A certi il pasto piace crudo e la vita è davvero troppo breve per porsi questioni di moralità. Carl, il mio cliente, era un cardiochirurgo e non gli era stato difficile sistemare la salma affinché durasse nel tempo, l’unico problema erano stati i parenti. Si era visto costretto a celebrare un mondano funerale e seppellire nel mausoleo di famiglia la ragazza e così aveva chiamato me per provvedere al recupero. “L’amore è eterno solo se è amore, Joe” mi aveva apostrofato, “La morte aiuta chi aiuta la morte” gli risposi. Richiusi la bara dentro la quale lasciai un foglietto con su scritto “torno subito”, risaldai il marmo del loculo, scrollai via le polvere dalle mie scarpe e mi diressi, corpo in spalla, verso l’auto. Adagiai la ragazza nella bara vuota nel retro del carro funebre, girai la chiave, il motore fece uno scoppio e partii. Sid mi fissava dal lato del passeggero. Continuava a piovere ed io continuavo a correre. Girai la maniglia e abbassai il finestrino, fumaii. Carl per farselo diventare duro aveva bisogno di una rigida, fredda, dura, donna morta. Era facile prefigurarsi la sua vita, dopo la consegna del cadavere. Di giorno le avrebbe cercato dei vestiti alla moda, poi sarebbe andato a fare la spesa e la sera avrebbe preparato per due e cenato con lei. Le avrebbe raccontato le sue dure giornate lavorative e lei l’avrebbe ascoltato, avrebbero visto la televisione insieme, commentato i telegiornali e poi, colto da un raptus di eccitamento sessuale, Carl l’avrebbe buttata sul divano e l’avrebbe posseduta. Dopo pochi minuti le avrebbe chiesto se le era piaciuto. Che gusto c’era con una morta? Accostai la macchina, feci scendere Sid che andò a pisciare e aprii la bara. La morta mi fissava. Le infilai le dita sotto la gonna, era fredda e le labbra erano serrate come la saracinesca di un negozio chiuso. Feci un tentativo, tentai di scardinarla con il mio arnese, ci riuscii. Era una sensazione diversa, a tratti interessante, ma non faceva per me. Scrissi “cessata attività” su un foglietto e lo infilai nella fica della morta. Feci un fischio a Sid, salimmo in macchina e riprendemmo il viaggio. La strada era vuota e bagnata, schiacciai il pedale dell’acceleratore.